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Paolo Nori con “Chiudo la porta e urlo” nella Dozzina del Premio Strega 2025
Il libro non ha una trama lineare nel senso tradizionale, ma è un monologo narrativo in cui Nori si confessa con il lettore, esplorando la sua vita, le sue esperienze e i suoi pensieri. In particolare, il romanzo è una riflessione sulla passione per la letteratura, sui dubbi che accompagnano il percorso di scrittore e sul rapporto con la solitudine e la solitudine dei poeti.
Temi chiave
Rapporto tra letteratura e vita
Nori esplora come la letteratura possa essere un mezzo per dare un senso alla vita, per interpretarla e per affrontare i momenti di difficoltà.
Senza fallimento
Il romanzo è anche una riflessione sul senso di fallimento, sulla paura del fallimento e sulla forza di perseverare nonostante i dubbi, afferma un articolo di Neutopia.
Rapporto con Raffaello Baldini
Nori dedica il libro al poeta Raffaello Baldini, con cui condivide una certa sensibilità, una poetica e un modo di vedere la vita, come sottolinea una recensione di ilRecensore.it.
Solitudine e solitudine dei poeti
Nori esplora la solitudine come un elemento che può essere sia fonte di ispirazione che di dolore, e in particolare la solitudine del poeta che deve affrontare il mondo con la propria creatività e il proprio linguaggio, come afferma un articolo di Goodreads.
Stile narrativo
Nori scrive con uno stile diretto, sincero e spesso autoironico. Il linguaggio è semplice e popolare, con un tocco di sarcasmo e una grande attenzione ai dettagli della quotidianità. Il ritmo narrativo è lento e riflessivo, con lunghi monologhi che permettono al lettore di entrare in contatto con la mente e il cuore dell'autore.
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La Proposta di Giuseppe Antonelli per il Premio Strega 2025
Estratto dalla Motivazione
In “Chiudo la porta e urlo” di Paolo Nori la vita diventa letteratura, la poesia diventa racconto. Il gioco di specchi tra le poesie di Raffaello Baldini e l’autobiografia di uno scrittore sessantenne si frantuma in acuminate schegge narrative. Frammenti di un racconto umoroso – curioso, pensoso, a tratti furioso – sul senso della vita e della letteratura. Tasselli di un mosaico sghembo il cui disegno complessivo s’intuisce solo visto da lontano, dalla distanza dei ricordi. “Io mi ricordo tutto”. E dunque memoriale degli affetti e delle letture: amarcord sempre in bilico tra italiano e dialetto. La doppia anima delle poesie di Baldini – scritte nel suo dialetto di Sant’Arcangelo di Romagna e da lui stesso tradotte in italiano – riflessa in una lingua che del dialetto trattiene l’intimo ritmo, le cadenze interiori. Esito di una lunga ricerca e di una lenta conquista, come ricorda Nori: “una lingua che non era una lingua neutra e non era una lingua scritta da uno che ci teneva si vedesse che aveva dato sette esami di filologia, era una lingua che aveva molto a che fare con l’italiano che si parlava a Parma.
Nella capacità della poesia di Baldini di cogliere quei momenti – impalpabili e sorprendenti – in cui “succede una cosa semplicissima e meravigliosa: si vive”. Il risultato è un romanzo così allegro e disperato che non sembra neanche un romanzo. Un atto di fede nella letteratura che ci fa ridere, pensare, sognare, commuovere: vera benedizione che ci fa sopportare tutto il male detto del mondo.»
