Il racconto di una vita solo in apparenza ordinaria, quella di chi, cambiando lingua, è costretto a cambiare anche se stesso. Parlare diventa un esercizio di sopravvivenza e nelle parole più comuni si annidano significati nascosti, regole invisibili, confini che non si vedono ma si sentono. È lì che prende forma l’esperienza dell’esilio: non solo distanza da un luogo, ma frattura continua tra ciò che si è stati e ciò che si tenta di diventare. Intorno al narratore si raccolgono altre voci, quelle di migranti e viaggiatori da ogni parte del mondo, ciascuno impegnato a ricucire la propria storia o a inventarne una nuova. Ne nasce un tessuto irregolare, attraversato da slanci e cadute, dove convivono perdita e desiderio, paura e ostinazione. Kapllani si afferma come una delle voci più preziose della letteratura europea contemporanea: tra racconto e testimonianza, reportage e favola, costruisce un romanzo sui movimenti che hanno dato forma all’Europa, e continuano a metterla in discussione. Scrivere, qui, significa attraversare identità, epoche e confini che non smettono di mutare.
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