Autobiografia spietata di una vita difficile, quello di Lucian Tarara è il racconto di un'esistenza sbagliata, aperto da un incipit in cui l'autore si presenta come un essere strisciante che non è mai riuscito ad alzarsi in piedi, quasi discendesse non da Adamo ma dal serpente tentatore simbolo del male, e chiuso da una lapide tombale di devastante amarezza. E si scusa con i lettori, dichiarando quanto gli sarebbe piaciuto scrivere «una storia piacevole d'una vita regolare», ma si appella alla "verità" dei fatti, così importante proprio quando, come nel suo caso, fa male. Perché le lacrime, scrive Tarara, hanno radici molto più profonde di un sorriso e non è vero che il tempo cancella tutto, "là da qualche parte ben nascosto il ricordo rimane ben radicato nella mente". Soprattutto nella sua. Lo dimostra la precisione analitica dei dati che la scrittura registra implacabile, con un'esattezza sorprendente, a distanza di tanti anni, a proposito di giorni, ore, minuti, gesti, fissati indelebilmente nella memoria, come sale che brucia le innumerevoli ferite di una via crucis senza fine.
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