“E se la libertà di pensiero dell’uomo, la sua creatività e intelligenza, fossero una condanna per l’essere umano, più che una risorsa?”. È una delle tante domande che affollano la mente di Antonio, un uomo in là con gli anni che, nonostante l’affievolirsi delle forze e l’avvicinarsi della fine, non rinuncia a porsi quesiti filosofici ed esistenziali. L’occasione è un viaggio in treno in compagnia del nipote da Acireale a Milano per partecipare a un convegno sul pensiero della filosofa spagnola María Zambrano. Un viaggio che è naturalmente anche fatto di ricordi, di immagini del passato e che si mescola in modo fluido con le grandi questioni della vita, dallo scorrere del tempo all’imponderabilità del caso, dal valore degli affetti alla solitudine dell’“io”, dalla difficoltà di comunicare alla scaturigine del male. Un mescolarsi di suggestioni, non prive di rimandi culturali – Sartre, Pasolini, Auster, Augias, Quasimodo – a dare corpo alle vicende narrate e alle osservazioni sollevate sulle questioni ineludibili del senso del sacro, dell’“oltre”, della “verità”. Un bellissimo autunno è il classico esempio della duttilità del romanzo che si fa voce dell’unico reale possibile: quello dell’immaginazione e del pensiero interrogante.
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