Dalla cucina di una “nonna di casertana”, dove un antico rito taglia simbolicamente il male, fino agli ippodromi italiani immaginati come nuovi spazi di cura collettiva, questo libro compie un viaggio inatteso tra memoria, corpo e futuro. Attraverso il gesto semplice e potente del “taglio dei vermi”, la narrazione attraversa antropologia, medicina, psicomagia e cultura popolare, rivelando come il simbolo possa agire là dove la parola non arriva. Il rito diventa teatro, il teatro diventa cura, e la cura si trasforma in visione. Il cavallo — figura centrale e archetipo universale — guida questo percorso: da animale sensibile capace di assorbire “o ‘scanto” umano, a mediatore tra uomo e natura, fino a diventare chiave progettuale per ripensare gli spazi urbani. Il libro si apre così a una prospettiva più ampia: l’ippodromo non è più solo luogo di corsa, ma possibile laboratorio di rigenerazione sociale, ambientale ed emotiva. Una rete viva, capace di prevenire il disagio, educare al vivente e contrastare le derive opache dei sistemi contemporanei. Non è un racconto nostalgico. È una proposta. Un’opera che intreccia rito e modernità, radici e innovazione
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