Se Freud ha concepito la sublimazione delle pulsioni come il dispositivo più importante del processo di civilizzazione, Lacan l’ha pensata come il campo di emersione del simbolico, quindi della cultura, dalla cosiddetta “natura”. È per tale motivo che oggi, in piena crisi degli ordini simbolico-culturali, nonché del rapporto tra l’uomo e l’ambiente, la questione della sublimazione non può essere separata dal problema di come gli individui e le collettività siano in grado – o non in grado – di “lavorare” e così trasformare le proprie pulsioni. Intendendola come dispositivo psico-sociale e insieme come esercizio di elevazione, alleggerimento e, appunto, trasformazione di stato, il volume si propone di misurare la validità e la praticabilità, anche politica, del paradigma psicoanalitico nel contemporaneo, e al tempo stesso mira a fornire una ricognizione del campo privilegiato cui esso si applica, quello delle espressioni artistiche: è ancora possibile comprendere e valutare la funzione delle arti (a patto che sia mai stato possibile farlo) in base alla sublimazione? Ed è lecito concepirne o trasporne il funzionamento al di fuori dell’Occidente, dove è sorta la psicoanalisi? Infine, non sarebbe il caso di trasformare radicalmente il concetto stesso di sublimazione, inserendovi il movimento inverso – quello della caduta o, per usare i termini di Timothy Morton, di sub-scendenza?
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