C'è un'ironia arguta, quasi un colore di superficie, che attraversa i versi di Rime obbligate. Ma è un colore che non deve ingannare: sotto, le radici di questa scrittura affondano in un terreno erudito, coltivato da secoli di poesia lirica greca e latina. Ernesto Anastasio, al suo debutto poetico, costruisce un dialogo serrato tra classicità e contemporaneo. Fermi a un casello, con dentro la malinconia scanzonata di una generazione — la Generazione X, cresciuta tra disillusione e ironia — i suoi versi si travestono ora in Argo che attende un re lontano, ora in Catullo, ora in un satrapo frustrato che sogna, insieme a noi, un destino più nobile. Non è un'operazione nostalgica né un esercizio erudito fine a se stesso: è un modo per dire, con gli strumenti della classicità, qualcosa che riguarda il presente e la sua stanchezza. La formazione classica dell'autore — liceo classico, poi anni di studio dei lirici latini e greci, da Saffo a Catullo a Kavafis — non è un vezzo citazionista, ma la lente attraverso cui filtra un'esperienza contemporanea di crisi e di attesa.
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