"Piccolo piccolo prompt" è prova d'esordio estremamente matura. Come insistendo ad accerchiare con un abbraccio l'overdose di tecnologia esondante attorno a noi, dentro di noi. Una sottile, costante linea di un "parlare d'amore" appare seppure intermittente perché c'è. Una filigrana impossibile. Se non è più possibile scrivere poesia lirica (pure c'è chi lo fa, negli anticanoni odierni alla Franco Arminio che del poetico fagocitano gli ultimi residui, in un inconsapevole quanto diffuso gioco circense di stilemi), il livello lirico di Serena si propone come impossibile ma presente, collante biochimico d'ingegneria d'amore a superare se stessa, nell'eversione di un "sì" senz'appello (dall'intervento di Aldo Nove). Quella che Franco Berardi-Bifo definirebbe "l'epoca del post terzo inconscio" la troviamo qui, in una fiaba metropolitana in versi. La cura di una madre, il suo "latte di rose binarie", diventa sorgente eroica, resistenza dell'Umano che solleva, trascina ed espande il suo seme ovunque, perché ci possano essere ancora madri, padri, cuccioli, terre, parole, carni, radici, fiato, e il mondo. Tutti i testi (tranne l'ultimo) presentano la traduzione in codice binario, il linguaggio macchina: un sillabario anamorfico, in cui si fa ancora più urgente, viva e pregnante la necessaria ricchezza della lingua. In luogo del riduzionismo che non sente, la lingua è alfabeto di Corpo e Origine.
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