In quest'opera, nata da una riflessione sull'attuale crisi del mondo occidentale, Elettra Bianchi, mantenendo il suo stile prevalentemente lirico, accede alla critica sociale additando nelle ideologie ateo-materialistiche e nelle carenze filosofiche la responsabilità della violenza e del degrado culturale presenti in Occidente a cominciare dagli ultimi anni del XX secolo. L'accusa è rivolta ad un sistema di vita impositivo che in funzione edonistica ed economica soddisfa esigenze di predominio ideologico nel rifiuto di ogni dimensione spirituale. Pare all'Autrice che gli aspetti contemplativi della conoscenza siano confinati in un ruolo di sempre minoritaria importanza a favore di un soggettivismo emozionale e istintivo sfociante nell'irrazionalismo. In tale contesto la poesia può rappresentare la speranza di una scelta umanistica controcorrente e innovativa sul piano del recupero di civiltà.
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