Accostarsi alla figura di Orfeo attraverso le coordinate del romanzo storico-iniziatico significa intraprendere una deliberata operazione di rettificazione ermeneutica. Nella sensibilità moderna, condizionata da secoli di ricezione romantica o da riduzioni di matrice estetico-letteraria, il mito orfico è stato sovente confinato nella dimensione della tragedia passionale: il cantore inconsolabile, il dramma dell’amore reciso, la catabasi dettata dal rimpianto e il fatale errore dello sguardo retrospettivo. Tuttavia, per il pensiero arcaico e per i filoni più autentici della sapienza misterica mediterranea, Orfeo non è mai stato un semplice aedo del sentimento, né il suo mito una mera favola pastorale. Egli incarna il theologos, lo hierofante primordiale, l’archetipo del teurgo capace di accordare le potenze visibili e invisibili del cosmo mediante la legge del Numero, del Ritmo e della Parola sacra. L’opera Orfeo. Il Canto dell’Anima restituisce con encomiabile rigore filologico e profondità metafisica questa dimensione autentica.
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