Un padre, ormai assente, prende voce in un monologo postumo e struggente per confessare il peso di una colpa che non ha scelto, ma che ha trasmesso involontariamente ai suoi figli. Il testo esplora il dolore della trasmissione intergenerazionale del trauma, l’assenza di risposte e la potenza distruttiva del silenzio. Non cerca giustificazioni, ma vuole offrire una verità nuda e un atto d’amore tardivo: riconoscere il danno fatto, anche senza averlo voluto. Un’eredità di dolore che diventa anche il primo passo verso la possibilità di capire, e forse perdonare.
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