C’è tanto nell’opera di Corradini, una cosa rara, la consapevolezza dell’ascolto. A me piace, come nella musica quando per il tramite dei versi si intravedono i visi assiepati di chi ascolta, la società intorno alla poesia. Quando accade, ed è l’estetica più puramente classicista, i quartetti mozartiani ci raccontano la rivoluzione aristocratica e industriale, il profumo notturno dei gelsomini ci porta tutti a spiare una finestra illuminata. Del resto Corradini ce lo dice: i poeti non hanno occhi distanti, fissano le vite fluttuanti col tremore negli occhi e vorrebbero con le parole alleviare la pena di molti, fermi alle porte di città immense e chiuse nel silenzio dell’inverno. Sanno che i suoni, logorati da parole impreviste, seminano zizzania nella luce, al dischiudersi del giorno. Archiviati i sogni della sera se ne vanno, erranti, a fiutare pezzi di vita tra le pietre.
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