C’è un momento preciso, a fine giornata, in cui mi rendo conto di aver viaggiato ovunque senza essermi mossa di mezzo metro. In quegli istanti il paradosso si fa carne: mi riscopro iper-connessa, eppure sento di non abitare più nulla. Da tempo mi accompagna la sensazione che stiamo scambiando la vicinanza con la semplice connessione; più ci protendiamo freneticamente verso l’esterno, più sbiadisce l’arte di abitare lo spazio fisico che effettivamente occupiamo. Quando sento parlare di Metaverso – un termine oggi sospeso tra l’iperbole del marketing e l’inquietudine della distopia – non riesco a vederlo solo come l’ennesima frontiera tecnologica da mappare. Per me è diventato uno specchio di questa perdita, una sfida personale lanciata ai miei sensi. Mi chiedo, con una punta di preoccupazione: sappiamo ancora cosa significa “abitare il reale” o ci stiamo abituando a un mondo che si scioglie sotto il peso dei dati?
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