Nella Palermo del Settecento, solare e violenta, un viceré malinconico, afflitto da una moglie esuberante e da uno stuolo di parenti avidi e cortigiani infidi, è "costretto" suo malgrado a vivere in una città di cui lui solo sembra intuire, dietro il fasto barocco di facciata, il degrado della realtà. Una notte sogna la caduta della luna. E, tra lo stupore dei villani, in una remota contrada la luna cade davvero, gettando lo scompiglio a corte e nella comunità degli accademici chiamati, con le povere armi della loro scienza, a spiegare il prodigio. Un tema antichissimo, quello della caduta della luna, diventa in queste pagine metafora del disfacimento del potere, della cultura e della poesia, illusione necessaria contro la precarietà della vita, capace di rinascere sempre in luoghi imprevedibili e in forme nuove e pure. Il tutto racchiuso da Vincenzo Consolo nella forma di una favola teatrale che si fa leggere come un racconto dotato del ritmo, dell'aerea grazia di un "divertimento" mozartiano.
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