Pubblicate sulle pagine di una smilza rivista locale alla fine dell’Ottocento, le «Lettere iperboliche» di Francesco Chiesa sono state di volta in volta interpretate come un pamphlet scagliato da un giovane «enragé» contro la classe dirigente del tempo, come una radiografia impietosa e sarcastica del malcostume ticinese, come un abbozzo di antropologia culturale. Le «Lettere» – che l’autore, successivamente, preferì affidare alla critica roditrice dei topi – meritano ancora oggi un’attenta lettura, non foss’altro perché taluni vizi sono rimasti incistati tra le articolazioni della società, come la proliferazione della «classe avvocatesca» (categoria alla quale lo stesso Chiesa apparteneva per formazione), l’ampollosità dei proclami, la retorica dei discorsi politici, le logiche di stampo familistico. Spesso citate ma raramente lette, queste «Lettere» ritornano oggi riviste e corredate di una serie di note esplicative.
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