«Non sono capace di usare il segnalibro di un’opera o di uno scrittore che non mi piace. Dopo averlo guardato per dritto e per traverso, chiedendomi cosa farne, finisco per gettarlo nella spazzatura con un’alzata di spalle. E, siccome sono sempre brutti, ogni volta devo considerare due o tre alberi abbattuti per colpa di quell’incompetente che, dal suo ufficio dedicato all’inquinamento editoriale, decide quale sarà il prossimo segnalibro da stampare. E non lo dico tanto per dire. Usare per giorni, se non per settimane, il segnalibro di un brutto libro è quasi come girare con un distintivo che rappresenta una causa che non si condivide. Ritengo che ogni lettore abbia diritto a esigere un segnalibro che non lo mortifichi. Ma che anzi lo rappresenti». Gonzalo Maier incuriosisce il lettore con pagine sulle inezie, le piccole ricorrenze quotidiane sfuggenti all’attenzione, che analizza con fluente acume e vellutato umorismo, per far vedere senza dichiararlo come esse forniscano il robusto tessuto filosofico della vita. Dall’osservare le nubi, ai segnalibri dei brutti libri, al ritorno dei calzini quando finisce l’estate, alla birra tiepida, alle stellette delle guide turistiche, con microracconti o non-racconti iperrealistici, e con note critiche e recensioni laterali ma solo di opere in cui predomina lo «stile domestico» che è anche il suo, sono divagazioni in cui ci si può felicemente smarrire, lasciandosi catturare da una certa malinconica saggezza.
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