Iniziato nel 1920 e pubblicato due anni dopo, questo «squisito piccolo romanzo si stacca vigorosamente» osserva Anna Banti, traduttrice e presentatrice d’eccezione di questa edizione «dai primi esordi di Virginia Woolf», e introduce il lettore nell’universo stilistico al quale appartengono i più famosi capolavori della scrittrice inglese. «L’approccio sarà del tutto diverso questa volta,» annota la Woolf nel suo “Diario” a proposito di “La camera di Jacob” «niente impalcatura, non si deve quasi vedere un mattone...». E, in effetti, è presente qui con precoce pienezza quel raccontare per sequenze separate, per scorci, per «epifanie» che fa della Woolf uno dei massimi innovatori della tecnica romanzesca. Attraverso questo audace e al tempo stesso fluido, naturale smontaggio e rimontaggio del visibile e del vissuto, la vicenda esistenziale di Jacob ci giunge, paradossalmente, chiara e integra: infanzia, adolescenza, primi amori, primi viaggi... fino all’epilogo amaro, delicato e fatale.
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