La riflessione che Michel Henry propone al lettore prende l'avvio da una semplice, eppur paradossale, constatazione: viviamo in un'epoca caratterizzata da uno sviluppo della conoscenza che non ha precedenti e, allo stesso tempo, assistiamo a una destrutturazione della dimensione culturale. Ciò che l'autore intende sottolineare è il fatto che, per la prima volta lungo il corso della storia umana, sapere e cultura divergono al punto da opporsi in maniera evidente, e il prevalere del primo corrisponde all'annichilimento della seconda. È riconoscendo la gravità di tale scenario che il filosofo considera necessario ritornare a interrogarsi riguardo a quel binomio che costituisce la cifra della modernità: la relazione cultura-scienza. Solo ricominciando da ciò è possibile far venire alla luce la dicotomia radicale tra la cultura – il cui profondo valore affonda in quello che Henry definisce come il pathos della vita – e la scienza – costituita a partire da una determinata lettura dell'a priori galileiano che produce, come risultato finale, uno scientismo la cui ricaduta applicativa è quella tecnoscienza che opera secondo un misconoscimento dell'autentica radice vitale dell'esistenza stessa.
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