Nella nostra epoca, segnata dall’angoscia crescente per un mondo che sta scomparendo e dalla percezione di vivere uno stato di crisi permanente, l’ecologia rappresenta un avamposto del possibile, che mette in campo intelligenza, attenzione, cura e creatività. Il termine, inizialmente tecnico e accademico, oggi è diventato “arborescente”, fino a includere movimenti di resistenza e rigenerazione. Filipa Ramos, ripercorrendo la storia della cesura tra uomo e ambiente, ci racconta di artisti che hanno incentrato la loro opera sulle questioni ecologiche, con proposte trasformative. Prima di loro, negli anni sessanta, alcuni pionieri – Joseph Beuys, Nancy Holt, Ana Mendieta, Joan Jonas – usarono diversi linguaggi per sensibilizzare l’opinione pubblica, anticipando le più recenti generazioni. In queste pagine leggiamo di tentativi di interazione con cuccioli di foca, di ragni esposti in un museo come capolavori, del recupero di tradizioni pastorali e di viaggi fluviali alla riscoperta di suoni dimenticati. Impariamo a rispettare l’enigmaticità di alcuni popoli, quel diritto al riserbo troppo spesso violato dallo sguardo coloniale. E soprattutto impariamo ad andare oltre l’indignazione per la condizione in cui abbiamo ridotto il nostro pianeta e a ricominciare da chi – come Britta Marakatt-Labba, Tomás Saraceno, Eduardo Navarro, Pierre Huyghe o Tabita Rezaire – è in prima linea nella lotta contro la devastazione della Terra.
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