«Toscano, allegro, osservatore, nato per piccola brigata di motteggiatori e di dialettici beffardi. (…) Il suo errore è di voler idealizzare quei misteri di anime che egli sa invece perfettamente descrivere nei loro ironici contrasti»: così Piero Gobetti ritraeva Cesare Lodovici, che riteneva destinato a un posto di primo piano nell'ambito della drammaturgia italiana. Era la capacità di mettere in scena «destini incompiuti» «contraddizioni inesorabili» ad emergere già, al di sopra di cedimenti tra il predicatorio e il moraleggiante, in questa piéce giovanile che rinnovava in maniera originale il tema borghese del triangolo erotico. Stamparla nel 1923 fu per Gobetti «una testimonianza», che in effetti anticipò il pieno successo del drammaturgo toscano di almeno un decennio.
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