"Gargoyle" non è il classico romanzo sulla redenzione attraverso la cultura ed è in questo che risiede la sua potenza. Alfredo insegna italiano in carcere. Vi entra per trasformare, ne esce trasformato. In queste pagine emerge la realtà di vite come quelle di Ling, un ragazzo senza storia non preparato al mondo reale; di Damir che, con la sua ingenuità, restituisce a quell’ambiente la spensierata leggerezza di un mondo ideale; di Ernesto, boss dal codice d'onore antico, che lascia scivolare via la maschera per rivelare l’uomo, evidenziando il doloroso contrasto tra l'immagine che deve difendere e l'anima che nasconde. Il carcere diventa un palcoscenico di contrasti: luogo di proiezione e di impietoso smascheramento, ma anche spazio assurdo in cui ogni progetto sembra destinato a infrangersi. I detenuti vivono in una dimensione sospesa e regressiva, in una bolla temporale che isola e consuma. Nonostante le sconfitte, "Gargoyle", nel finale amaro, trova la sua luce; la scrittura diventa non salvezza fisica ma unico atto possibile di testimonianza. Un libro doloroso, allegro, ironico, necessario che ci costringe a guardare negli occhi chi, di solito, preferiamo dimenticare.
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