Ronen Steinke rievoca la figura di Fritz Bauer, il magistrato tedesco, ebreo, che ha costretto la Germania del dopoguerra a una svolta etica, ovvero a confrontarsi con i crimini del nazismo, contribuendo così a ridefinire il rapporto dell’Occidente con la sua coscienza collettiva. Bauer, agendo autonomamente e aggirando un apparato giudiziario ancora sotto l’influenza di ex nazisti, consentì al Mossad di catturare Adolf Eichmann, rifugiatosi in Argentina. Fu anche il “regista” instancabile del grande processo di Francoforte- Auschwitz (1963-65), portando sul banco degli imputati gli aguzzini di Auschwitz, e l’intero sistema della “fabbrica della morte”. Steinke attinge a documenti inediti per svelare la complessità di un uomo che si sentiva costantemente “in territorio nemico” (era solito dire: «Quando esco dal mio ufficio, ho l’impressione di entrare in un paese straniero, quasi nemico»). Un outsider che ha saputo trasformare l’aula di tribunale in un palcoscenico per la coscienza collettiva di una nazione. In un momento storico in cui il dibattito sulla memoria e sulla responsabilità individuale è più vivo che mai, questo libro non è solo una cronaca giudiziaria, ma un noir dell’anima e un trattato di coraggio civile.
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