Etere vive in una gabbia che lui stesso ha costruito. Non si fa troppo male ma vede il sole a quadrettini; le maglie della gabbia sono abbastanza larghe da lasciar passare una mano che però ancora attende. Anche il suo quartiere è una gabbia: «Via, via, non ribadite il mio disagio, non sono un estraneo, sono solo me stesso e se non sono uguale a voi, faccio sempre parte di voi, anche se un giorno me ne andrò da qui perché se continuate così, non riesco a volervi bene e a mandar via lo schifo che mi fate venire su, vomito che risale ruvido su per l'esofago, e se non vi voglio bene, sentirete sempre che sono diverso da voi, e se non imparo a volervi bene e devo fingere, un giorno scoppierò e, se non capisco più neanche i pochi amici che pensavo di avere, è la fine. Via, via, lasciatemi volare via».
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