Nella fortunatissima pièce teatrale I monologhi della vagina, l’autrice Eve Ensler dice: “Se una cosa non viene nominata, non viene vista, non esiste”. È questo che fa Barbara Giuliani, si mette a nudo, confessa. Parte dal disturbo di cui soffre ‒ la vulvodinia ‒ e le sue poesie investono il mondo che le sta attorno. Fonde il linguaggio comune con il gergo medico, si fa voce di milioni di donne; i muscoli si caricano di sensualità, ironia, dolore; il suo pavimento pelvico diventa un cuore che pulsa. Ogni componimento ha una carica detonante, nella scrittura, nel senso, nella voce che parla a lettrici e lettori come fossero partner o amici, a loro si confessa. Un dialogo costante con il corpo e tutto ciò che lo circonda attraverso la vagina. Un dialogo in versi che si traduce in urla, sussurri, esortazioni, malìe, affreschi da una vita quotidiana che l’autrice attraversa, costretta a un nuovo centro di gravità.
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