Nella contemporaneità vale, per lo più, l’istante, disconnesso dal resto. Manca la transitività: il prima e il dopo, il passato e il futuro, l’eredità e la promessa, la fedeltà e la speranza. L’effetto dominante è il logoramento del Cum-cives e la perdita di senso. Di contro, questo saggio, che si interroga sul contesto contemporaneo, pone la questione dell’“umano” che può eclissarsi, dimenticando ciò che lo costituisce: l’orizzonte, la fiducia, la responsabilità, l’umanità operante, che sa stare nelle relazioni, nel dubbio, nei no della vita. É necessario custodire luoghi e tempi in cui la ‘presenza incarnata’ rimane decisiva (aldilà delle sfide tecnologiche e dell’IA): la tavola condivisa, la relazione empatica, la comunità che si raduna, la visita a chi è solo, la cura, la parola viva. Segni di una umanità che continua a credere che ogni corpo è alleanza tra gloria e fragilità, e diventa criterio di valutazione di modelli e comportamenti umani, nell’attuale realtà.
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