L’introduzione nel nostro ordinamento di uno strumento generale di “esecuzione indiretta” ripropone all’attenzione degli studiosi il tema dell’ampiezza della tutela di condanna ma ne evidenzia, al contempo, l’ulteriore aspetto della individuazione dei limiti della coercibilità. Si può dire che con l’art. 614-bis c.p.c. non esista più alcun limite alla tutela condannatoria in forma specifica? Se così non fosse, dove dovrebbe rinvenirsi il discrimine con la sua erogazione in forma risarcitoria? Che rilievo ha ancora il criterio di fungibilità/infungibilità della prestazione? Fin dove è possibile compulsare la volontà del debitore? E ancora, a cosa fa riferimento la clausola di “non manifesta iniquità” che consente al giudice di non pronunciare la comminatoria? L’opera intende affrontare questi temi – che affondano le radici nel profondo della nostra tradizione e civiltà giuridica – nella consapevolezza della necessità di non poter eludere il tentativo di dare una risposta a queste domande e di dover mettere in chiaro aspetti fondamentali del nostro sistema di tutela giurisdizionale.
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