Alessandro Stella racconta la sua esperienza rivoluzionaria vissuta all’interno dell’Autonomia operaia veneta nel corso degli anni Settanta, dai primi germogli di contestazione all’uso delle armi, alle «notti dei fuochi» – attentati multipli e simultanei operati in tutta la regione – fino al tragico epilogo della morte di suoi quattro compagni a Thiene, l’11 aprile 1979. Di seguito la repressione, la clandestinità, l’esilio. «“Il personale è politico”, ci avevano fatto capire (con le buone o con le cattive) le compagne femministe. E di fatto, mentre ci tuffavamo a capofitto nell’ultimo tentativo di rivoluzione comunista in Europa, era nella sfera dei rapporti interpersonali che stavamo veramente facendo una rivoluzione! Ma non ce ne rendevamo ben conto, presi com’eravamo in schemi antichi. Avevamo vent’anni, e una voglia dirompente di mordere la vita, di tuffarci a capofitto in una straordinaria avventura esistenziale, lì, subito, senza aspettare il sol dell’avvenire. “Cosa volete?” – ci chiedevano. “Vogliamo tutto!” – rispondevamo. Politici, poliziotti, magistrati e giornalisti hanno scritto quella nostra storia con caratteri di piombo, di sangue, di carcere e di disprezzo, per cercare di far sparire qualsiasi immagine positiva di quel movimento sociale e politico di cui siamo stati protagonisti. Ma noi abbiamo vissuto quegli anni ben diversamente da come è stato ufficialmente raccontato, e qui cerco di darne conto».
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