"Angelo" è una soglia tra sacro e abisso, dove la parola si fa preghiera e ferita, luce e ombra insieme. Giorgia Deidda costruisce un paesaggio interiore attraversato da una melanconia profonda, in cui il divino non consola ma interroga, restando distante eppure necessario. Tra silenzi, tremori e visioni sospese, il testo si muove come una liturgia intima, fatta di attese e mancanze. Questi versi non offrono risposte, ma abitano il vuoto – e proprio in quella fragilità emerge un’eco di luce, incerta ma persistente.
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