«Sono poche poesie, correlate da alcuni schizzi personali, che non hanno nulla di liturgico o di ricercato. Non ci sono marmoree sintassi, né un intento spasmodico di stupire il lettore. C’è una ricerca, questo sì, di un dialogo con l’Infinito che prova a comunicare con noi ogni giorno; che ci spinge a spenderci e consumarci, senza alcun tentativo da parte nostra di preservare quella cosa che chiamiamo vita. Per questo, come titolo ho scelto Aleph, la prima lettera delle lingue semitiche primordiali, forse la più antica tra quelle a noi conosciute. Una lettera senza suono, quasi un inspirare prima di parlare».
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