I personaggi si muovono in spazi quotidiani — città di mare, quartieri, stanze —, ma ciò che li attraversa è invisibile e persistente: il passato che non si lascia seppellire, il tempo che si piega, la colpa, l’attesa di una redenzione che forse non arriverà mai. Il corpo, fragile e ostinato, diventa il luogo in cui la storia e l’esperienza interiore si incontrano. La Shoah non è mai al centro della scena, ma continua a irradiare le vite, come un sole lontano e ineludibile. La tradizione ebraica, la preghiera, lo Shabbat e il mito non offrono certezze, ma aprono interrogativi: sul senso della fede, sul limite della conoscenza, sul pericolo di voler portare alla luce ciò che dovrebbe restare segreto. Con una scrittura limpida, essenziale e profondamente evocativa, questi testi costruiscono un paesaggio interiore in cui il reale e il simbolico si toccano. Un libro attraversato da una domanda silenziosa e insistente: come continuare a vivere quando la luce non è mai del tutto innocente e il buio non è mai completo.
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