Il valore delle testimonianze dei reduci di guerra, com’è il caso di zio Pietro Bianco, non sono solo memorie di un momento tragico della loro vita, ma anche un momento di riflessione sulle prepotenze esercitate dall’uomo che impone il potere della propria forza sul suo prossimo, la cui giustificazione nazionalistica e ideologica ben poco conta. Non è la guerra in sé, il vero problema o la questione da discutere, ma la tristezza e le atrocità di alcune scelte sociali che, a dire il vero, hanno poco di umano e nessun rispetto per la vita. Non è un caso se i libri di storia parlano solo di battaglie ed eroi… fermarsi a riflettere sui conflitti bellici, in nome di una civiltà che vuole imporsi su altre (ma il cui vero scopo è il controllo delle risorse naturali), è davvero devastante, per cui è meglio evitare e, con noncuranza, parlare d’altro. Ebbene questo libro, sia pur nella sua semplicità, rifiuta questa logica e affronta il problema con gli occhi di uno dei suoi protagonisti. Uno di quelli mai citati nei testi ufficiali, ma comunque vivo e presente alla richiesta dello Stato che non sempre si dimostra riconoscente con questi dimenticati, silenziosi e autentici eroi.
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