L’autofiction di Zero a zero attraversa l’estate del 2006. Fabio ha 26 anni, ha cominciato da poco il servizio civile e si è appena trasferito in un piccolo appartamento del centro storico di Sassari. Novità significative e complicate, per uno che oscilla quotidianamente fra svariate nevrosi e catastrofici bilanci esistenziali. Come se non bastasse, l’overdose di socialità procurata dai Mondiali di calcio rischia di mettere in crisi le sue già scarse certezze e di amplificare i problemi d’identità irrisolta che lo attanagliano – e che pare coincidano in modo bizzarro con il luogo nel quale vive. Saranno invece i suoi tanto temuti ospiti, con le loro storie assurde e buffe peculiarità, a rappresentare lo specchio nel quale osservare e osservarsi; sarà l’esperienza lavorativa a fornirgli uno sguardo differente e una visione d’insieme finora mancante. La sua città, con la capacità di raccontarsi e di autoderidersi, raffigurerà l’universo in cui provare a capire qualcosa in più su sé stesso e sul rapporto che lo lega ad essa. Chissà se l’intero mondo di personaggi venutosi a creare davanti ai suoi occhi potrà soppiantare anche i suoi tormentati interrogativi. In un calderone di ansie più o meno taciute e di ricordi che si mescolano pericolosamente al presente, le partite di calcio diventano l’unico punto di riferimento sicuro, il solo momento in cui il tempo non procede a zig-zag, fra esilaranti aneddoti da bar e incessanti tentativi di inventarne di nuovi. L’Italia otterrà infine il titolo di campione del mondo ma Fabio, dopotutto, sarà ancora la stessa persona?
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