A diciassette anni il futuro appare un territorio ancora inesplorato, mentre il presente sembra già sfuggire a ogni tentativo di comprenderlo. Da questa tensione nasce la poesia di Maurizio Gavinelli, che interroga il tempo, l’identità e il vuoto con l’urgenza di chi cerca nella parola una prima, possibile misura di sé e del mondo. Composta negli anni della giovinezza e pubblicata per la prima volta nel 1972, la silloge torna ai lettori dopo oltre cinquant’anni, conservando intatta l’inquietudine intellettuale degli esordi. L’io si confronta con il proprio doppio, il dialogo si rivolge spesso a un interlocutore inafferrabile, la ricerca di senso incontra il paradosso e la vertigine del nulla. Eppure, dietro l’astrazione, affiorano il desiderio, l’amore, la paura della perdita e un’ostinata aspirazione a oltrepassare i confini del conosciuto. La scrittura, nutrita di suggestioni ermetiche e sperimentali, procede per associazioni inattese, immagini spiazzanti e improvvise fratture logiche. Il verso libero, ora contratto in formulazioni quasi aforistiche, ora disteso in sequenze visionarie, restituisce il movimento di un pensiero che diffida delle certezze e trova nell’ambiguità una propria forma espressiva. Riletti oggi, i componimenti acquistano anche il valore di un incontro fra età lontane: lo sguardo di un giovane proteso verso l’ignoto e quello dell’autore che sceglie di restituirgli voce. Non per scioglierne gli interrogativi, ma per riconoscere in quella prima sfida all’infinito una domanda rimasta aperta.
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