"Volevo essere re" è una silloge in tre atti che mette in scena il desiderio di voce, di presenza, di riconoscimento. La figura del “re” attraversa i testi come un’immagine mobile e ambigua: non emblema di dominio, ma tensione verso un centro, verso una parola capace di tenere insieme fragilità e ambizione. I testi si dispongono secondo una progressione precisa, in cui il canto prende forma attraverso passaggi successivi, mutando postura e ritmo. La lingua, attenta e controllata, alterna slanci e arresti, costruendo un percorso che invita il lettore a seguire non una storia, ma un movimento interiore. In Volevo essere re la poesia diventa spazio di prova e di ascolto, un luogo in cui la voce si espone senza retorica e trova nella forma il proprio equilibrio. Una silloge che chiede di essere attraversata, atto dopo atto, fino al punto in cui il canto prende corpo.
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