Occhi. Aperti sul baratro, lo spazio drammatico della quotidianità dell’eterno ritorno, il reiterarsi della stessa trama senza mai poter dire di riconoscerla o che sia la stessa. Maschere. Imperturbabili e statiche nella loro isola di vita organizzata, lo sguardo vuoto su un mondo alla deriva, estraneo a ciò che accade, che è accaduto, che accadrà. Occhi e maschere: sono il rituale del racconto impossibile dell’esistenza che, ossessivamente, Nicholas Tolosa scrive su tela o canapa con la forza del bianco e nero esaltato dalla vibrante, liquida tavolozza di grigi carnali come cromie accese. Orgogliosamente pittore figurativo, il giovane ebolitano trapiantato nel cosmo-caos metropolitano di Napoli, declina l’arte dall’altra parte della barricata, nella convinzione profonda – e certo per un emergente scomoda - che la nuova dimensione estetica non debba obbedire al mercato ma farsi etica, resistente e riesistente, motore attivo del cambiamento delle coscienze. Con pennellate decise dà vita al suo teatro...
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