Licenziato alla vigilia della morte, Tre croci, l’ultimo romanzo della memorabile ‘trilogia’ senese di Federigo Tozzi, senza venir meno alla straordinaria e modernissima singolarità espressiva della prosa che ha reso celebre il suo autore, sembra tuttavia imboccare la strada di una narrativa meno agglutinante e più attenta alla grande lezione del romanzo ‘interrogativo’ europeo. Tre croci va letto certo come un’opera d’impronta espressionista, ma di un espressionismo nutrito da una gestualità che ha a che fare ormai con il teatro. Lungi dal porsi come un normale esercizio commerciale, la libreria dei fratelli Gambi diventa così il palcoscenico dove si consuma fra l’altro il dramma di Giulio che, assieme ai fratelli, con lui solidali nella gestione impassibile e pervicace del vizio della gola, vede venir meno ogni ragione di sopravvivenza. Il suicidio di Giulio viene vissuto come in trance, quasi fosse un atto sacrificale e salvifico, al punto da richiamare le modalità rituali dell’archetipo cristologico: in realtà quell’azione nasconde l’estremo, inutile tentativo di mettere in salvo gli inetti fratelli anch’essi votati, di lì a poco, a una fine impietosa ma ancora più tragica e miserabile.
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