Il romanzo di Franca Scoppa può essere interpretato come il paradigma agostiniano del "cor inquietum" che, dopo diverse traversie, scopre l'amore di Dio. Il paragone, pur pertinente, potrebbe, tuttavia, trarre in inganno perché la protagonista, raggiungendo la meta, non arriva alla fine del proprio percorso umano. La felicità dell'amore, la morte, la delusione, l'ansia, l'attrazione per il sesso, la contemplazione mistica si pongono come emblemi di una spiritualità contemporanea tormentata e, contemporaneamente, densa di fiducia. Le domande di senso continuano ad affollarsi e le provvisorie risposte giungono solo dopo l'esperienza della sofferenza. La fede nella Postmodernità non è mai sicuro possesso, appagante condizione, beatitudine, ma lotta, continua lotta con se stessi, con il mondo, con la realtà, anche all'interno di una condivisione degli ideali della solidarietà e dell'amore. Per questo il lavoro supera la sfera individuale e diventa specchio di un'intera società che nello smarrimento dei punti di riferimento con fatica sta cercando di ritrovare il senso dell'esistenza.
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