Nel 1984, quando queste poesie vengono pubblicate, Charles Bukowski ha sessantaquattro anni ed è nel pieno della sua maturità letteraria: «mi ero ripromesso di non scrivere più poesie da vecchietto / ma questa è divertente, capisci, passamela, perché c'è ancora tanto da dire». I suoi versi sono ribelli e affilati, pronti a colpire e a far riflettere sulla caducità delle nostre esistenze tempestate da piccoli e grandi accadimenti quotidiani, che lui ci esorta a vivere con distacco e a superare grazie all'autoironia della quale era, ed è, maestro indiscusso. I temi affrontati sono quelli di sempre: l'amore, la scrittura, i cavalli, la bottiglia salvifica, l'insofferenza per gli stereotipi sociali, il male di vivere, la solitudine cercata e subita. Il bukowskiano doc saprà cogliere le sfumature più benevole e sornione, ma non per questo meno graffianti. Pensiamolo nel suo studiolo a notte fonda alla macchina da scrivere ticchettante, che intreccia una immaginaria danza di parole, trasportato dalla musica classica che esplode nella stanza. Le sue parole non sono mai state più vive, il suo pensiero indelebile scolpisce la pagina e fora come un proiettile le menti dei benpensanti.
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