La Public Art incarna l’efficacia del «negativo»: la produttiva carica insita nei conflitti, nell’insorgenza di prassi inattese, nella spinta espansiva di forze senza direzioni prefissate. Dai centri storici alle periferie. Sorretti da un sincero slancio vitalistico, i public artists collocano i loro inciampi visivi in quelle pinacoteche ubique, democratiche, gratuite, aperte a tutti e fruibili da tutti, sempre in divenire, «senza pareti» (per dirla con Malraux), disponibili a cambiare in continuazione che sono le nostre città. È possibile accedervi senza pagare nessun biglietto. Forse, anche attraverso le armi improprie dell’arte pubblica è possibile prendersi cura delle nostre città. Per trasformarle in palestre del pensiero e delle immagini. In territori fluidi, mobili, praticati, plasmati da movimenti e da attriti, da segni e da gesti. Che dicono un sempre più esteso, necessario e urgente diritto alla bellezza. Anche dove la bellezza sembra non avere più dimora. Articoli di Santiago Calatrava, Alessandro Bergonzoni, Pierluigi Sacco, Silvia Burini, Livio Sacchi, Riccardo Venturi, Sebastiano Maffettone. Con un saggio visivo di Marcello Maloberti.
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