In Poesie ridicole, Roberto Vetrugno rivendica il diritto di ridere, amare e soffrire attraverso una poesia che rifiuta ogni solennità. Tra giochi di parole, rime imprevedibili, paradossi e immagini surreali, il quotidiano diventa materia di un'irriverente invenzione poetica. Una vecchia Cinquecento, una mozzarella, un pigiama, le parti più intime del corpo, i paesaggi del Salento: ogni cosa prende vita, si trasforma, dialoga con l'io lirico. Al centro della raccolta è soprattutto l'amore, raccontato nelle sue contraddizioni, tra desiderio, assenza, fragilità e slanci giocosi. Vetrugno costruisce una lingua libera e dissacrante, capace di accostare comicità e dolore, leggerezza e profondità. Come osserva Flavio Santi nella postfazione, «son poesie ridicole, ma non per questo meno serie». Dietro l’apparente spontaneità si riconosce infatti una raffinata ricerca espressiva, che attraversa la tradizione poetica per reinventarla. Una raccolta in cui il riso non cancella la malinconia, ma diventa un modo sorprendente e vitale di attraversarla.
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