I dodici libri del diario dell’imperatore Marco Aurelio intitolato Τὰ εἰς ἑαυτόν (A me stesso o Pensieri) rappresentano la sintesi della sua visione del mondo, vicina al tardo stoicismo, rappresentato, oltre che dallo stesso Marco Aurelio, da Seneca e da Epitteto. Nonostante la centralità in queste riflessioni dell’ideale dell’“adiaforia” e l’affinità con gli altri rappresentanti del pensiero tardo-stoico, la riflessione di Marco Aurelio assume spesso un tono di scetticismo e pessimismo e sviluppa accenti del tutto originali, che riflettono i personali tormenti dell’autore. Nel riprendere la concezione eraclitea del perpetuo flusso delle cose, egli sottolinea in primo luogo l’inevitabile dissoluzione di ogni realtà e l’angoscia, profondamente sentita, di fronte al problema della morte. Queste meditazioni in forma di aforisma scritte durante le sanguinose campagne militari, “schegge” scaturite dal più profondo dell’anima di un uomo saggio, rappresentano un breviario spirituale capace di parlare a ciascuno, in ogni tempo.
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