Cimitero di Dosquebradas, Colombia, febbraio 2005. Finalmente Cecilia è arrivata a capire quanto la mente sia stata ingannevole: ha travisato parole e celato intuizioni per poter credere all'incanto di un amore. Lo confessa a se stessa, prima che ad Ana Lucia. Vano è stato credere nel sogno, vano persino il coraggio che l'ha spinta a raggiungere il Paese sudamericano, seguendo Gabriel. Fiera di appartenere a una genealogia femminile di donne indipendenti e forti, Cecilia ricerca la sua identità nella memoria, nel suo patrimonio genetico, del quale nulla va perduto, neppure le convinzioni e le ambizioni delle donne che l'hanno preceduta e che hanno tracciato il solco sul quale ora essa stessa cammina. Racconta allora di Margherita e di Nilde, vite marginali e coraggiose di un piccolo borgo montano in provincia di L'Aquila: pur non sapendo nulla delle femministe ante litteram, ne hanno incarnato le anime. In Cecilia convivono due diverse nature in conflitto tra loro: se a volte sente di essere un papavero – fiore anarchico, che non si può catturare né mettere reciso in un vaso – altre volte pensa di essere solo un bonsai, pianta nata per assecondare le aspettative degli altri. In un viaggio di formazione che tocca luoghi e culture differenti, personaggi che nascono neutri escono poi dall'ombra. Illuminati dai riflettori della vita, nessuno più risulta essere come appariva.
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