Lina Prosa ha una capacità unica nel proiettare «la solita geografia siciliana» su una campitura mitografica che, anche in questo caso, respira dell’afflato antico di una sapienza capace di coniugare classico e contemporaneo, seppur nella misura dello spiazzamento e della messa in crisi delle proprie consapevolezze. Laddove latita l’identità, si fa strada il teatro del verso, come camera d’incubazione di tutte le dissimulazioni possibili, allestito nella misura della vita residuale degli oggetti, abbandonati in una grande discarica incurante della bellezza di nobili vestigia che la circondano. Nella sua andatura poematica, Palermo Underground apre a una molteplicità di esiti, ben al di là di ciò che sembra manifestarsi attraverso di essa.
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