Sulla battigia, nella notte, un uomo pesca. O forse aspetta. Una donna lo raggiunge. Parla di fame, di sonno, di chiavi dimenticate, di un pesce cucinato con cura. Parlano di niente, e in quel niente si gioca tutto. In "Mari", Tino Caspanello costruisce una partitura intima e serrata: poche parole, ripetute, spezzate, che si rincorrono come onde sulla riva. Lui e lei si sfiorano senza mai dirsi davvero ciò che conta. Ogni domanda è un'esca, ogni risposta una ritirata. Tra il mare nero, lo scirocco che cancella i suoni e un lume acceso sulla sabbia, prende forma un duello sottile fatto di pudore, desiderio, abitudine e paura di perdersi. La pesca diventa attesa, l'attesa diventa amore trattenuto. E il mare, invisibile e immenso, è il terzo protagonista: confine e abisso, promessa e minaccia, luogo dove si può ancora toccare qualcosa di vivo - anche nel buio.
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