L'opera descrive un caso clinico psichiatrico e sociale molto complesso. Un giovane autistico, Marco, sin da piccolo era di difficile gestione a casa sua, ma al tempo era molto difficile comprenderne le cause. Abitava assieme alla madre e ai nonni materni. Alla fine dell'adolescenza era diventato un ragazzone alto due metri ed era sempre più irruento, spesso spaccava tutto e gettava a terra anche i nonni. Il nonno aveva una gamba sola e camminava con le stampelle. La madre aveva cambiato identità etnica, contribuendo così a generare l'insicurezza e la psicopatologia di Marco. Marco e la sua famiglia vivevano in una città di confine. Nessuna struttura era disponibile ad accoglierlo. Marco in seguito all'ennesima crisi fu ricoverato nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura e vi rimase tre anni, legato e sedato. La madre, che da sempre chiedeva aiuto per ottenere una casa e degli operatori che seguissero Marco, denunciò il primario e l'assessore alla Sanità, e il giudice fece fare una perizia. I periti d'ufficio purtroppo diedero ragione agli psichiatri che legavano il paziente definendolo un caso irrecuperabile. Il perito di parte allora propose una transazione stragiudiziale per liberare Marco dalle contenzioni, cambiando città e servizi. Il cambiamento avvenne e Marco non fu più legato nella nuova città e nei nuovi servizi che se ne fecero carico. Marco veniva comunque assistito da due o tre persone contemporaneamente, che ne gestivano le crisi di agitazione, dettate soprattutto in Marco dalla paura di sé e del mondo.
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