Oggi, se possiamo ancora leggere - e cantare - le canzoni delle donne trovatore, è grazie alla loro trasmissione attraverso i manoscritti del XIII° secolo di origine italiana. Perché, nel momento in cui, nel Mezzogiorno della Francia, la cultura dei trovatori è cancellata da un’invasione francese dichiarata “crociata” albigese, è soprattutto la nobiltà colta delle corti italiane del nord a darle asilo. E sono questi mecenati italiani, come i Monferrato e i Malaspina, che incoraggiano a fissare questa poesia orale dei trovatori, destinata a essere cantata davanti a un pubblico nobile e cortese, in manoscritti con miniature. Dunque - per la maggior parte - è grazie ai loro gusti poetici che le canzoni dei trovatori - e trobairitz - ci sono pervenute. E, beninteso, grazie a questi signori e dame colti, c’erano anche imitatori, poeti e poetesse, che si sono messi a cantare nella koiné dei trovatori, l’antico occitano. Sette secoli più tardi, Marina, poetessa del XXI secolo che canta la fin’amor, si iscrive/inserisce bene in questa tradizione italiana. Prefazione di Angelica Rieger.
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