Non sono amabilmente edificanti, le favole di Augusto Monterroso, né ammonitorie, né tantomeno caste. Scandalose, piuttosto, limpidamente equivoche e irriverenti. Nessun cedimento alla tradizione dei favolisti antichi, nomi avvolti nella leggenda: Esopo, Fedro, Aviano & Co. Dietro questa raccolta di opere minuscole e perfette s’indovina il gusto della parodia, qualcosa di simile a un guizzo di gioco. Il lettore ritroverà animali che già gli erano familiari, ma che ora tradiscono caratteri imprevisti: come la Scimmia scrittrice o il Cane che voleva diventare umano. Imparerà a conoscere esseri che sembrano usciti dalla fantasia dell’autore: come lo Specchio che non riusciva a dormire o il Camaleonte che non sapeva di che colore diventare. E si imbatterà in creature di cui neanche sospettava l’esistenza: come il Cavallo che immagina Dio o la Sirena dissidente. Una zoologia fantastica che si snoda – come nelle strisce dei "Peanuts" – tra humour e malizia, smorfia e dissimulazione e che si può dire contenga tutte le risposte, tutti i consigli che ci difendono e ci immunizzano dalle altrui malizie, smorfie e dissimulazioni.
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