Poesia della mancanza, potremmo definire quella che Gaetano Mele consegna a questa silloge, i cui versi risuonano come un testamento di vita. Refrattario a ogni costrutto poetico nel quale il lettore possa eventualmente scorgere accenni di narcisismo, l'autore si affida a una malinconia combattiva. Se da un lato infatti ci sono le liriche dedicate all'amata moglie Liliana e quelle riservate alla Val di Fassa, che ne ha lungamente ospitato vacanze e momenti di riposo, dall'altro la narrazione del presente, con cambiamenti nient'affatto indirizzati verso un radioso progresso dell'umanità, è sferzante e non teme di abbandonare i colori tenui che l'Avisio e le montagne suggeriscono. Anzi, la poesia si fa sociale e di denuncia, benché senza rinunciare alla beffa, alla facezia, a improvvisi cambi di tono e ad espressioni in dialetti altri da quello barese, la cui coloritura è entrata nel lessico comune.
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