Siamo a Bucarest tra il ’36 e il ’48 del secolo scorso. La Romania ha subìto il passaggio tra vari regimi: nazismo, guardie di ferro, stalinismo. Il protagonista passeggia in una foresta vicino a Bucarest e fa degli incontri enigmatici. Eliade vuole raccontare un uomo comune, un impiegato statale, padre di due figli, ma con la nostalgia di poter amare due donne contemporaneamente. Non è né un filosofo, né un artista, né un uomo religioso; si trova in una realtà storica precisa, ma ha un’aspirazione fuori dal banale; è infatti nella condizione umana comune che emergono significati simbolici. C’è qui la forza del pensiero di Eliade, il maggior storico delle religioni del secolo scorso: le istanze simboliche, le istanze che portano l’uomo fuori dalla routine, dagli affanni o dai successi nella vita civile, pescano nel profondo dell’uomo stesso. Eliade è autore di molti romanzi e racconti annoverati come “racconti fantastici”, qui ci troviamo di fronte a un capolavoro della sua produzione letteraria detta “realistica”, ma proprio nel vivere il reale si apre l’irreale, il trascendentale, che ogni uomo, seppur in forme nascoste, porta con sé.
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