Resoconto sconvolgente della vita monastica dalla prospettiva di una reclusa e concepito come la prima parte di un’eventuale trilogia ‘dantesca’ al femminile, "Inferno monacale" testimonia il tormento psicologico e spirituale delle donne che vivevano il monastero come un carcere perpetuo. Due secoli prima che Manzoni narri la storia della Monaca di Monza, in un grido di condanna contro il potere oppressivo della famiglia, della Chiesa e dello Stato, Arcangela Tarabotti biasima i genitori che scelgono la vita religiosa per le figlie «onde non così tosto nate, odono intonarsi all’orecchio il nome di monaca», deplora le divisioni che nascono tra quelle monacate e quelle sposate e compatisce le monache infelici che si ribellano al vivere comune ingiuriandosi l’un l’altra con «stridor de’ denti». Rappresentazione drammatica di dannazione eterna e al tempo stesso documento fondativo del femminismo della prima età moderna, il testo, troppo scandaloso per l’epoca, sopravvive in un manoscritto che si rende adesso accessibile ai lettori in una nuova edizione commentata.
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